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BENI  CULTURALI

 

 

 

 

4.   I  BENI  CULTURALI

 

 

 

4.1.         Tipologia dei beni culturali

 

 

4.1.1.      Le definizioni normative di bene culturale.

 

Dal punto di vista della terminologia, la vigente  legislazione dei beni culturali non è certamente univoca, anche se recepisce locuzioni utilizzate e diffuse a livello internazionale e comunitario.  Quando, poi, si passa alla ricostruzione dei concetti giuridici che scaturiscono o sono sottesi alle espressioni utilizzate, i problemi  interpretativi e applicativi si complicano, e le fughe in avanti, le volizioni programmatiche e declamatorie del legislatore palesano incertezze, zone grigie, carenza di solido  e perplesso disegno degli istituti giuridici.

Andando in ordine cronologico:

I) la norma costituzionale di principio (art. 9 Costituzione) parla di “patrimonio storico e artistico della nazione”, senza declinare le specie di cose incluse nel genere e senza, comunque,  imporre alcun particolare regime di proprietà ;  

 II) la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, firmata a l’Aja il 14 maggio 1954, (articolo 1), considera beni culturali, a prescindere dalla loro origine o dalla loro proprietà , « i beni mobili o immobili di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli, come i monumenti architettonici, di arte o di storia, religiosi o laici; le località  archeologiche; i complessi di costruzioni che, nel loro insieme, offrano un interesse storico o artistico; le opere d'arte, i manoscritti, libri e altri oggetti d'interesse artistico, storico o archeologico, nonché le collezioni scientifiche e le collezioni importanti di libri o di archivi o di riproduzione dei beni sopra definiti; gli edifici, la cui destinazione principale ed effettiva è di conservare o di esporre i beni culturali mobili (...), i centri comprendenti un numero considerevole di beni culturali (...) detti centri monumentali».

In questa Convenzione si registra la dicitura di beni mobili e immobili, tuttora frequentemente utilizzata per distinguere il bene, per cosí dire, trasportabile, da quello definitivamente ancorato al luogo per il quale è stato costruito;

III) la legge istitutiva del Ministero (D.L. n. 657 del 1974 conv. Dalla legge n. 5 del 1975) attribuisce al ministero stesso la cura dei “beni culturali ed ambientali”, ma palesemente, come appare nella intestazione di altri ministeri, indica solo le aree di intervento pubblico integrato, l’accorpamento politico e burocratico di funzioni pubbliche, senza derivarne in alcun modo l’unificazione dei distinti sistemi normativi (ad esempio, l’unificazione nel ministero delle comunicazioni non significa in alcun modo la contaminazione tra il codice della navigazione e la legislazione sui trasporti ferroviari o automobilistici).

Identica funzione di descrizione delle aree di intervento pubblico esplica l’art. 52 del D.Lgs. 30 luglio 1999 n. 300 (Riforma dell’organizzazione del Governo), sia nel testo originario, sia nel testo modificato dall’art. 4 della legge n. 400 del 2000;

IV) l’art. 148 del D.Lgs. 31 marzo 1998 n. 112, che vuol riordinare la distribuzione di funzioni e compiti amministrativi tra Stato e Regioni, azzarda le seguenti definizioni:

  “a) "beni  culturali", quelli che compongono  il patrimonio storico, artistico,   monumentale,    demo etno antropologico,    archeologico, archivistico e  librario e gli altri  che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà  così  individuati in base alla legge;

  b) "beni ambientali",  quelli individuati in base  alla legge quale testimonianza significativa dell'ambiente nei  suoi valori naturali o culturali;” Tali definizioni si originano da quella enucleata (nel 1966) dalla Commissione Franceschini:  bene culturale o ambientale è ciò  “che  costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà ”;

 V) il Testo Unico approvato con D.Lgs. 29 ottobre 1999 n. 490 – ora non più  vigente -  mantiene distinti, in due separati “Titoli” i beni culturali dai beni ambientali; e, per ambedue, riproduce le tipologie (elencazione tassativa) della vigente legislazione (leggi 1 giugno 1939, n. 1089 sulle cose storiche e artistiche;  D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409 sul patrimonio o archivistico e documentale tutelato; D.P.R. 3 dicembre 1975, n. 805, sui « beni librari ») e delle convenzioni internazionali e della normativa comunitaria. Nel caso dei beni culturali le specie delle “cose d’arte e storiche”, dei “beni archivistici”, dei “beni librari”, sono integrati dalle nuove specie create dalla normativa comunitaria: audiovisivi la cui esecuzione risalga a oltre 25 anni, mezzi di trasporto aventi più  di 75 anni, studi d’artista. 

Il T.U. si riferisce, sempre, ai “beni culturali” così come specificamente disciplinati dai rispettivi gruppi di norme, e mai ad una  categoria “bene culturale”, come invece fa per escludere dall’insieme “beni culturali” le opere d’arte e dell’ingegno immateriali, disciplinate dall’istituto giuridico del “diritto d’autore” (distinzione, peraltro, equivocamente omessa dall’art. 148 del D.Lgs. n. 112 del 1998).

VI) il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42) – con quella che, forse, è una mera sintesi verbale -  include nel “patrimonio culturale” (art. 2) sia di “beni culturali” che i “beni paesaggistici”, ma mantiene anch’esso separati, in due distinte “parti”, le disposizioni relativi ai due grandi raggruppamenti.  In più le modifiche al Codice stesso, emanate nel 2006, si sono estrinsecate in due distinti legislativi (nn. 156 e 157), riferito uno ai beni culturali ed uno al paesaggio.

Continua, peraltro, anche nel Codice del 2004 l’uso della locuzione (plurale) dei “beni culturali”, e non mai l’enucleazione della categoria (singolare) del “bene culturale”. E’ pur vero che la sistematica del nuovo Codice individua “principi generali” tendenzialmente validi per il raggruppamento, ma frequentemente alcuni tipi di beni culturali (ad esempio gli archivi) sono oggetto di specifiche disposizioni e, a tutto considerare, l’uniformità  complessiva del raggruppamento risiede più nella standardizzazione dell’armamentario amministrativo utilizzato per regolare i vari tipi di beni più  che per una loro circostanziata connotazione comune.  La divergenza giuridica sostanziale dei vari tipi di bene culturale si coglie meglio nelle disposizioni sulla fruizione, valorizzazione e gestione che, pur indirizzate ai beni culturali in genere, non possono non riguardare  soltanto quelle che nel linguaggio corrente sono dette  collezioni e raccolte d’arte o d’antichità  e monumenti.   

 

 

 

 

4.1.2.      Dalla nozione di “cose d’arte” a quella di “beni culturali - testimonianza materiale avente valore di civiltà ”.   Il patrimonio culturale, materiale e immateriale.

 

La definizione, d’uso  nel linguaggio corrente,  di beni culturali – come prodotto materiale della cultura dell’essere umano, contrapposto al bene naturale offerto dalla natura -  è il punto di approdo di un lungo e laborioso cammino.

 Per beni culturali (o cose storiche e d’arte, secondo la terminologia in uso prima del secondo dopoguerra) si è soliti indicare l'insieme delle cose materiali che, per particolare rilievo storico, culturale ed estetico, sono di interesse pubblico (perchè destinate al pubblico godimento) e connotano una comunità  umana o un’istituzione, di regola stanziata in un  territorio o comunque con sede espositiva in un luogo.

Il moderno concetto di bene culturale - e per bene si vuole intendere un “valore” (storico o artistico) e non (solo) un “valore monetario” - si riferisce sempre a un “manufatto” o, in generale, a una produzione di cultura o a un documento della memoria di un gruppo sociale, che si vuole dedicare e conservare alla pubblica e visibile fruizione diretta (al di là , quindi, della fruizione delle sue riproduzioni, digitali o non).

Dietro la fin troppo vasta nozione di bene culturale si nascondono innanzi tutto le opere d'arte, (che si tratti di monumenti, dipinti o sculture e architetture); ed inoltre tutta quella quantità  di manufatti e documenti che, al valore estetico, aggiungono quello storico-documentario. Opere prodotte dall'uomo, quindi, che appartengono alla cultura e alla collettività, ne sono testimonianza storica e strumento di educazione (storica ed estetica) e sono per questo oggetto di  tutela.

Opere che sono selezionate in base a valutazioni di tipo scientifico (relativamente universali e stabili nel tempo, ma pur tuttavia unilaterali. e derivate  da una cultura dominante) e che esprimono valori irriproducibili e irripetibili della società  di cui sono emanazione (sono, quindi, un unicum).

La terminologia e la scansione delle disposizioni normative adottate dal Codice dei beni culturali rappresenta una istanza di reductio ad unitatem di diversificate nomenclature; ed esprime anche una spinta concettuale alla considerazione il più  possibile coordinata, se non effettivamente unitaria, della materia.

Il riferimento al valore  culturale segna, in ogni caso, l’abbandono della concezione estetizzante, che è alla base della legge n. 1089 del 1939, e l’assunzione di una concezione storica (e antropologica).

Ma l’assunzione normativa della dizione beni culturali in luogo di cose d'arte e storiche non è solo una questione estrinseca e terminologica, poiché sotto queste due diverse espressioni, o modi di indicare questo settore (coordinato, se non concettualmente unificato in una effettiva unica categoria giuridica), stanno accezioni  ben diverse, per non dire opposte, dell'oggetto di questa materia e dell’ intervento pubblico.

La nozione tradizionale dell'oggetto di questo complesso di disposizioni legislative, incentrato sugli oggetti o le cose d'arte o storico-artistico, reputa essenziali le connotazioni della materialità  (cose, secondo la definizione del giurista romano Gaio, que tangi possunt, che possono essere toccate) e della normatività  (si deve trattare di tipi o serie di cose nominate da norme di legge). Si tratta di un’accezione tradizionale (storico-estetica) di cultura, dai caratteri esclusivi e ristretti, di originaria e irripetibile creazione artistica dello spirito umano e individuale.

 

Al contrario la più  recente nozione (storico-antropologica)  di bene culturale si riferisce ad un’occasionale rappresentazione di un valore immateriale esterno ed espressivo dell’ambiente storico e sociale. 

Si deve, ancora, osservare -  sempre con riguardo ai problemi di qualificazione  dal punto di vista normativo  - che una definizione troppo   pregnante e puntuale  rischierebbe di ancorare l'interprete (amministrazione o giudice)  al momento temporale della sua posizione legislativa precludendo qualsiasi evoluzione della categoria.

La corrente definizione di “bene culturale”, fa  riferimento alla sua naturale nozione di base, e cioè al concetto di cultura, che non può  non essere che una nozione aperta, il cui contenuto viene dato (e modificato) dalle discipline scientifiche.  Il che pone - dal punto di vista costituzionale delle libertà  della cultura e dell'insegnamento - particolari cautele nella "consacrazione" dei valori della cultura dominante o maggioritaria e nelle modalità  dell'intervento pubblico, che pur deve esserci e, quindi, optare per  valori non contraddittori.

 

Come è stato osservato mentre è stata eliminata l'interpretazione elitaria dei fatti di cultura, non è stata presa in considerazione la possibilità  di graduare l'intensità  dell'interesse culturale rispetto a una cosa materiale testimonianza di civiltà .

  Rispetto a questo problema la legislazione del 1939 (e del 1963, per quanto concerne gli archivi)  graduava a livelli diversi l'intensità  dell'interesse: dalla « particolare importanza » prevista come presupposto per la notificazione del vincolo sulle cose di privata proprietà, all'interesse tale che l'esportazione della cosa costituisca «ingente danno» per il patrimonio nazionale, all' «eccezionalità» dell'interesse richiesta per l'imposizione della visita pubblica (art. 53). Si tratta di graduazioni in larga misura ambigue, che hanno comunque, un utile rilievo pratico giacché dal loro confronto emerge l'esigenza di riprenderle e approfondirle, per  modulare, con maggiore efficacia, l'intervento della pubblica amministrazione sui beni culturali.

Il Codice  – facendo prevalere l’esigenza di generalizzare il concetto di bene culturale per quanto possibile ad ogni manifestazione di vita associata e di tentare di coordinare discipline differenziate dei vari tipi di beni culturali – non ha (salvo per l’alienabilità  degli immobili del demanio culturale) optato per una graduazione dell'interesse pubblico sulle cose testimonianza di civiltà  ed ha mantenuto una funzione amministrativa dei beni colturali tendente all'indistinta uniformità  di approccio e di regolazione.

              

La nozione di bene culturale non coincide con quella di patrimonio culturale  (patrimoine, nell’uso francese ed heritage, nell’uso inglese): l’art. 2 del Codice del 2004 incardina, infatti, i “beni culturali” (al plurale) nella nozione (più che istituto giuridico) di “patrimonio culturale” assieme ai  “beni paesaggistici”.

Il bene culturale è, come si è detto, una cosa materiale (“manufatto” o “documento” della “memoria” o identità  di un gruppo sociale”) che – anche nel contesto della Convenzione Unesco del 1972 sul “patrimonio dell’umanità” – sembra contrapporsi alle bellezze naturali e paesistiche (alla coppia bene culturale/ bene naturale corrisponde la coppia patrimonio culturale/ patrimonio naturale).

Ma nella stessa normativa convenzionale dell’Unesco si ritrova (Convenzione di Parigi, 2003) il patrimonio culturale “immateriale”, in stretta interdipendenza con il patrimonio culturale “materiale” (che è quello della codificazione italiana).

Per patrimonio culturale “immateriale” la normativa internazionale non intende quelli che, dal punto di vista del diritto civile, sono detti beni immateriali- opere dell’ingegno (certamente espressione fondamentale della cultura di un popolo e dell’umanità), sebbene gli usi, le rappresentazioni, le espressioni, i comportamenti che le comunità trasmettono di generazione in generazione e che determinano un sentimento di identità e di continuità.

Un’ analoga nozione estesa di patrimonio culturale, comprensiva delle “tradizioni popolari” e del “folklore” e connotativi delle identità culturali di comunità regionale o locale si rinviene nella legislazione regionale italiana:

- Liguria: art. 2, lett. g del nuovo Statuto e l.r. n. 32 del 1990;

- Molise: l.r. n. 9 del 1997 e n. 19 del 2005 (patrimonio culturale immateriale: etnologico, sociale, antropologico,  produttivo);

- Puglia: art. 2 nuovo Statuto (tradizioni regionali);

- Sardegna: l.r. n. 14 del 2006 (patrimonio culturale materiale e immateriale).

 

 

Al di là del problema dell’inclusione delle tradizioni popolari (locali) nei beni culturali sussiste però – incentrato nella concezione di patrimonio culturale come insieme sia di opere d’arte, monumenti, strumenti scientifici o reperti storici sia dei significati simbolici che la comunità attribuisce loro (e non come mero insieme di oggetti espressione artistica o traccia storica, ad un tempo “testimonianza di civiltà” e “tesoro” economicamente valorizzabile – il più ampio problema dei prodotti della cultura e della vita storica di una comunità umana.

Il significato profondo di patrimonio culturale diviene, allora, quello dell’azione (individuale e collettiva) di conservazione delle memorie  di una comunità o dell’umanità intera, mediata negli oggetti (“patrimonio culturale materiale”) o estrinsecato in opere letterarie e in espressioni della tradizione (“patrimonio culturale immateriale”).

Quest’ultima accezione  bicipite del termine  patrimonio culturale deve essere vista come identitaria specificazione della più ampia e globale nozione di cultura e di prodotto culturale che, per sua natura, tende a superare il connotato della diversità  per indirizzarsi al carattere della universalità.

 

 

 

4.1.3.      Prospettive di classificazione, per  forma giuridica  e per sostanza culturale, delle cose d’interesse storico-artistico.

 

 

I beni culturali – di cui si prima sono esposte le varianti definitorie  (ed anche i confini con i beni artistici e intellettuali affini) - possono essere sistematizzati, dal punto di vista della tipologia giuridica, da tre principali punti di vista:

 

- con riguardo alla forma pubblico/ privata (o collettiva) del diritto di proprietà  sulle cose oggetto (anche o soprattutto) di interesse storico-culturale;

- con riguardo alle modalità  di “dedicazione” della cosa  (riconoscimento ex lege o con atto dell’autorità  amministrativa) ad una specifica  “testimonianza di civiltà ” od oggetto della memoria;

- con riguardo al rapporto tra  materialità  e valore culturale di un oggetto d’interesse storico o artistico (o, più  banalmente e riduttivamente, alla categoria merceologica dei beni culturali). 

 

 

 

   4.1.4.  Regime dei “beni culturali” e diritti di proprietà  sulle “cose” in cui si compenetrano

 

Il Codice dei beni culturali del 2004, come già  il testo unico n. 490 del 1999,  rappresenta (sotto l’unificazione terminologica dei beni culturali) una disciplina sistematica di settore, nella quale i destinatari delle norme, ai quali si imputano obblighi o situazioni di soggezione a potestà  pubbliche, si identificano attraverso un indice qualificante costituito da una relazione del soggetto con « cose » che presentano gli  specifici (e tra loro diversi) requisiti indicati dalla legge (cose che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico).

La relazione del soggetto (privato o pubblico) con la cosa che le norme del sistema protettivo prendono di volta in volta in considerazione è la più  varia: non rileva soltanto l'avere il soggetto un diritto sulla cosa, come la proprietà  o altro diritto reale, ma anche la disponibilità  materiale propria del possessore o del detentore.

Trattasi, quindi, di un complesso di norme che istituisce un regime speciale per varie o assimilabili  categorie di cose nei due aspetti fondamentali della loro circolazione e della loro gestione, che interferisce con il regime della proprietà  di diritto comune. (Si vedrà , poi, come vi sia interferenza anche con il regime peculiare della proprietà  pubblica)..

Senza addentrarsi troppo nelle problematiche sviluppate, sotto questo riguardo, dalla dottrina giuridica italiana, le principali sistemazioni concettuali del rapporto tra diritto di proprietà  e regime speciale dei beni culturali sono così schematizzabili:

     I) Per la dottrina tradizionale il regime delle cose di antichità  e d'arte si inquadrava nella vasta categoria delle limitazioni amministrative  della proprietà  privata.. Tale impostazione non spiega a sufficienza come si diano limitazioni amministrative sui beni pubblici, già  in dominio dell’amministrazione. Sulla stessa linea si situano le impostazioni dottrinali che ricostruiscono il fenomeno come “compressione” del diritto di proprietà .

     II) Altri autori hanno visto, con maggior forza del potere pubblico, un “diritto reale” dello Stato sulle cose d’arte.

     III) Secondo un’altra impostazione è proponibile per le cose di antichità  e d'arte la definizione di  « beni d'interesse pubblico », in quanto sono assunte ad oggetto di speciale disciplina in funzione di assicurare loro una destinazione che di per sé, e non per un risultato che richieda un intervento del proprietario, soddisfa il pubblico interesse.

Nell’ ampia categoria dei beni di interesse pubblico, sarebbe inserita quella dei beni pubblici in senso stretto.

 

 

IV) In un altro importante contributo alla sistemazione teorica della materia la demanialità  storico-artistica è concepita come « proprietà  collettiva demaniale », caratterizzata dalla destinazione pubblica al libero godimento da parte della collettività , distinta dalla destinazione  «aziendale » propria dei beni pubblici (in senso stretto) che sono mezzo necessario per la produzione di servizi per lo svolgimento di altri compiti istituzionali delle amministrazioni. Questa costruzione dottrinale applica ai beni artistici e storici di proprietà  privata la  figura, di antica tradizione, della «proprietà  divisa » e mette in risalto l’unicità  della funzione di tutela e valorizzazione a fronte di una alternativa duplicità  dell’appartenenza (pubblica o privata).

Con  tale costruzione dottrinale della  “proprietà  divisa”, coesistono sulla cosa di due diritti dominicali, l'uno del privato (o dello Stato proprietario) e l'altro dello Stato- amministrazione della cultura.  Entrambi i soggetti hanno poteri e facoltà  di godimento della cosa, i quali reciprocamente si condizionano, essendo il godimento del privato (o dello Stato come titolare del diritto di proprietà  comune)  limitato in senso non solo « negativo », ma anche «positivo», dal godimento dello Stato.   Se, quindi, l'appartenenza dei beni culturali può  variare, la funzione è sempre unica , ed unitarie sono le potestà  statali di tutela e di valorizzazione.

La distinzione si appoggia alla teoria giuridica generale che distingue  tra “cose” e “bene in senso giuridico”; teoria  che consente di fondare in  unica entità  materiale una pluralità  di beni quando nella cosa siano separabili diverse utilità  o valori autonomamente garantiti dalla legge.

V) In una versione più  radicale della precedente  questa impostazione dottrinale presenta alcuni tipi di beni culturali come beni in proprietà  collettiva degli stessi  membri delle comunità  territoriali.

 A differenza di altri beni, per i quali la loro destinazione all'interesse pubblico è attuata mediante un indirizzo funzionale impresso  al diritto di proprietà, le  cose che costituiscono dei beni culturali restano vincolate alla funzione connessa a questa loro natura, non per mezzo di un esercizio funzionalizzato del diritto di proprietà, ma grazie al loro integrale affidamento,  per quanto attiene al loro essere beni culturali, all’ intervento pubblico.

 

 

 

4.1.5       Le “cose - beni culturali” e  i “beni immateriali - opere dell’ingegno"        

 

  Occorre, da ultimo, avvertire che le costruzioni dottrinali che giocano sull’unicità  della cosa materiale e la pluralità  dei beni, utilità  individuali, pubbliche, culturali, ecc, che su di essa si concretano, presentano preoccupanti contaminazioni con la categoria dei  beni immateriali,  e, in particolare con le opere dell'ingegno di carattere creativo (art. 2575 Cod. civ. e art. 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633)  o le invenzioni industriali (art. 2584 Cod. Civ. e R.D. 29 giugno 1939 n. 1127 e succ. mod.) e con la prorompente tematica della riproduzione digitale, bi e tri-dimensionale e sulla diffusione e fruizione globalizzata in rete   informatica.

Ma tra i “beni culturali” e le opere letterarie e multimediali sussiste una insuperabile differenza, data dal ben diverso grado di autonomia e di « astrazione » del bene in senso giuridico da una entità  materiale. E’ bene ricordare, infatti, che per le opere dell'ingegno ben netta è la contrapposizione tra la creazione intellettuale  (corpus misticum) e la sua materiale, plurima e non esclusiva estrinsecazione (corpus mechanicum); la prima non si incorpora nella seconda, ma anzi la trascende, potendo assumere come veicolo il più  ampio numero di oggetti materiali.

 

Tutto ciò  non è possibile per i vari tipi di beni culturali, la cui identità  è connessa ad un valore ideale che è profondamente compenetrato nell’elemento materiale, assieme al quale costituisce un unicum non ripetibile con la stessa valenza culturale (il bene culturale è un “oggetto auratico”, unico, irripetibile e insostituibile).

Pertanto, mentre per i beni  immateriali in senso proprio possono aversi due discipline giuridiche, l’una della creazione    intellettuale e l'altra della sua estrinsecazione materiale, altrettanto non può  avvenire per i beni culturali, dove la speciale regolamentazione si rende necessaria proprio a causa della immediata inerenza alla cosa individua di due diverse utilità  giuridicamente garantite (le facoltà  d’uso dominicale e la conservazione/fruizione pubblica).

 

Nel regime dei beni culturali viene codificata la prevalenza di una doppia finalizzazione (conservazione e fruibilità) rispetto tanto alle regole della proprietà  pubblica (se il bene appartiene al demanio o al patrimonio indisponibile dello Stato o di un ente pubblico) quanto rispetto al regime della proprietà  privata.

Garanzia di conservazione e possibilità  di fruizione pubblica sono, così, i due principi fondamentali,  da applicarsi ad ogni tipo specifico  di beni culturali, e che consentono di individuare la caratteristica di coordinazione tra i rispettivi regimi giuridici della materia.

L’inquadramento del regime dei beni culturali nella funzione pubblica di regolazione e di intervento su cose che presentano interesse storico artistico, comporta la presa d'atto dell' ammissibilità, secondo la valutazione normativa, che una utilizzazione della cosa in senso economico  può  (per talune specie di bene, e massimamente per gli immobili) coesistere compatibilmente alla loro  destinazione come bene culturale. I modi di questa coesistenza sono oggetto di definizione da parte del sistema normativo dei beni culturali, che, partitamene, per ciascun tipo di bene (o beni analoghi)  stabilisce quali facoltà  di gestione e di utilizzazione della cosa, riconducibili al contenuto della proprietà  di diritto comune, siano liberamente esercitabili dal proprietario privato e quali altre siano precluse o ammesse soltanto sotto il controllo pubblico.

 

Dal complesso di questi singoli “statuti” di ciascun tipo di beni culturali  si ricava comunque che, sempre, c’è assoluta preminenza alla tutela della cosa come bene culturale, e non c’è mai una menomazione del diritto di proprietà  come sacrificio di natura espropriativa,  passibile di indennizzo.

 

Lo speciale regime di tutela delle varie specie di beni culturali, capace di forti compressioni del  diritto di proprietà  (senza però  giungere a togliere i beni stessi dalla detenzione del proprietario o possessore), trova una sufficiente giustificazione oggettiva nella qualità  intrinseca delle cose ad esso soggette, che comporta una loro originaria attitudine e destinazione alla soddisfazione di un interesse generale (l’accessibilità  della cosa da parte degli studiosi e del pubblico).

 

Il confronto, quanto a regime giuridico, delle cose di interesse storico e artistico di proprietà  privata e di proprietà  pubblica (demaniale), porta  a riconoscere la differenziazione in relazione al diverso grado di asservimento al pubblico interesse connesso alla qualità  culturale della cosa: nel caso di proprietà  pubblica esso opera di regola in una condizione di esclusività  che non incontra un limite giuridico dato da una concorrente garanzia di utilità  quale bene economico, come invece avviene per le cose in regime di proprietà  privata.


 


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