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3.3.  Le istituzioni culturali private

 

    3.3.1. Le istituzioni culturali giuridicamente riconosciute o registrate

 

   A fronte della disposizione costituzionale (art. 33, c. 6 Cost.) che garantisce “ordinamenti autonomi” alle “istituzioni di alta cultura …[e] accademie” e dell’altra disposizione costituzionale sulla libertà  di associazione (art. 18 Cost.) per qualunque fine non vietato ai singoli dalla legge penale, manca una vera e propria disciplina di quelle istituzioni culturali che, per così dire, restano al di sotto dell’alta cultura (termine che sembra debba riferirsi alle storiche accademie e ai sopravvenuti istituti quali il Consiglio Nazionale delle Ricerche).

 

Soltanto l’art. 1, comma 10 del D.P.R. 10 febbraio 2000 n. 361 (Regolamento sul riconoscimento delle persone giuridiche private) stabilisce che devono essere determinati i casi in cui “il riconoscimento delle persone giuridiche che operano nelle materie di competenza del Ministero per i beni e le attività  culturali è subordinato al preventivo parere della stessa amministrazione”.

 

Sempre con riferimento all’ambito di svolgimento dell’attività  di “tutela, promozione e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico” (ancorché la locuzione “tutela” si riferisca peculiarmente ad una funzione amministrativa pubblica) e di “promozione della cultura e dell’arte” l’art. 10. 1 c., n. 7 e 9 del D. Lgs. 4 dicembre 1997 n. 460 prevede l’inquadramento (con il concorso del requisito dell’assenza del fine di lucro) di tali istituzioni culturali tra le ONLUS – Organizzazioni non lucrative di utilità  sociale, inquadramento produttivo di un regime tributario differenziato.

 

Le istituzioni culturali – eccezion fatta per il regime tributario come organizzazioni senza scopo di lucro e per la possibilità  di fruire di contributi finanziari statali o regionali in via permanente  od occasionale – non sono facoltizzate (diversamente da organismi di tutela dell’ambiente o della natura) a intervenire nei procedimenti amministrativi o giudiziari, comunque relativi alla cultura o alla qualificazione di beni culturali, per la tutela di interessi diffusi.  Sicché il pluralismo culturale, diversamente anche dalla parità  delle istituzioni scolastiche private (art. 33, 4 c. Cost.), è prevalentemente concepito come limite intrinseco all’azione pubblica di promozione della cultura, più  che come facoltà  degli organismi culturali privati riconosciuti o registrati (o, in ogni caso, esponenziali di impostazioni diverse) di prospettare impostazioni culturali differenziate, rispetto a quelle assunte dai titolari (elettivi o tecnico-professionali) dei pubblici poteri.

 

 

 

3.3.2.  Le istituzioni culturali private che fruiscono di contributi finanziari statali

 

Il D. Lgs. 27 marzo 1948 n. 473, riordinando i finanziamenti erogati durante il periodo fascista, formò  una prima lista di istituti culturali a cui lo Stato conferiva un contributo annuo. In seguito, tuttavia, il finanziamento dei singoli istituti culturali è avvenuto empiricamente, con provvedimenti legislativi estemporanei.

Nel 1978 venne emanato un ulteriore provvedimento organico (L. 4 agosto 1978 n. 470), in base al quale il governo era autorizzato a determinare le nuove misure degli interventi finanziari previsti dal D. Lgs. n. 472 del 1948 e i modi del loro adeguamento periodico; a definire i criteri e le condizioni per il finanziamento di altri enti culturali di rilevanza nazionale. La disciplina relativa venne fissata dalla legge 2 aprile 1980 n.123, che prescrisse i requisiti che gli enti dovevano possedere per l'iscrizione in tabella (soggetta a revisione triennale e approvata con D.P.R.), affidò  al Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, di concerto con quello del Tesoro, l'individuazione degli enti ammessi al contributo ordinario. Inoltre la legge 11 luglio 1986 n. 390 ha autorizzato gli istituti culturali intabellati a ricevere in concessione o in locazione, per non oltre 19 anni, immobili appartenenti al demanio o al patrimonio dello Stato.

   Un meccanismo più  rigoroso (e anche minori fondi) sono previsti dalla legge 17 ottobre 1996, n. 534 che riordina radicalmente il sistema di erogazione di contributi statali alle istituzioni culturali.

   Le  istituzioni  culturali  in possesso dei requisiti sono ammesse, a domanda, al  contributo  ordinario  annuale dello Stato mediante l'inserimento nell'apposita tabella emanata, con decreto del Ministro per i beni culturali e ambientali,  di concerto  con  il  Ministro  del  tesoro,  sentito  il  parere  delle commissioni parlamentari competenti  per  materia  e  del  competente comitato  di  settore  del Consiglio nazionale per i beni culturali e ambientali. La tabella è sottoposta a revisione ogni tre  anni,  con la medesima procedura. 

Ai fini dell'inserimento nella tabella (e alla corresponsione di contributi triennali) le istituzioni culturali devono:

    -  essere  state  istituite  con  legge  dello  Stato e svolgere compiti stabiliti dalla stessa legge, oppure essere in possesso della personalità  giuridica;

    -   non avere fine di lucro;

    -  promuovere  e  svolgere  in  modo  continuativo  attività   di ricerca  e  di  elaborazione  culturale documentata e fruibile, anche  mediante  collegamenti  con  istituzioni  di  ricerca di altri  Stati;

    - disporre   di   un   rilevante   patrimonio   bibliografico, archivistico,   museale,   cinematografico,   musicale,  audiovisivo, pubblicamente fruibile in forma continuativa;

    - svolgere e fornire servizi, di accertato  e  rilevante  valore culturale,   collegati  all'attività   di  ricerca  e  al  patrimonio documentario;

    -  sviluppare  attività    di   catalogazione   e   applicazioni informatiche  finalizzate  alla  costruzione  di  basi  di  dati e di immagini;

    -  organizzare convegni, mostre e altre manifestazioni di  valore scientifico e culturale;

    - svolgere un'attività  editoriale o comunque di  promozione  di pubblicazioni conforme ai propri fini istituzionali;

    -  disporre di una sede adeguata e delle attrezzature idonee  per lo svolgimento delle proprie attività .

    Ai fini della determinazione del contributo il Ministero per i beni culturali e ambientali deve  tenere  conto prioritariamente dei seguenti elementi:

    - la  consistenza del patrimonio librario storico e la crescita di   quello   corrente   valorizzato   dall'adesione   al    Servizio bibliotecario   nazionale   o   ad  altre  reti  anche  di  carattere internazionale;

    -  la consistenza e l'arricchimento del patrimonio  archivistico, bibliografico,  museale,  cinematografico,  musicale  o  audiovisivo, dichiarato di notevole interesse storico ai  sensi  dell'articolo  36 del  decreto  del  Presidente  della Repubblica 30 settembre 1963, n.1409;

    -  lo svolgimento di  attività   e  programmi  di  ricerca  e  di formazione   di   interesse   pubblico,   a   livello   nazionale  e  internazionale.

        Le   istituzioni  culturali  inserite  nella  tabella  sono sottoposte al controllo del Ministero per i  beni culturali  e ambientali per quanto riguarda la destinazione dei fondi loro assegnati e sono tenute a trasmettere allo stesso  Ministero  i   bilanci  preventivi  e  consuntivi ;  una  relazione  sull'attività   svolta  e il programma che si intende svolgere;

    Il  Ministro  può, anche,  erogare contributi annuali alle istituzioni culturali non inserite nella tabella le quali svolgano la loro attività  da almeno un triennio; prestino rilevanti servizi in campo culturale; promuovano e svolgano attività  di ricerca, di  organizzazione culturale e di produzione editoriale a carattere scientifico;  svolgano  la  propria  attività   sulla  base di un programma almeno triennale e dispongano  di  attrezzature  idonee  per  la  sua  realizzazione. 

 

 

 

3.3.3.  Il pluralismo  nella Costituzione culturale della Repubblica

 

 

 Il declino (dagli anni Ottanta dello scorso secolo) del sistema degli enti e delle imprese pubbliche statali ha determinato la diffusione, nel settore pubblico italiano, del modello organizzatorio della società per azioni; ed anche l’affermazione del modello della fondazione, denominazione, quest’ultima, correntemente usata per rivestire (o, più  semplicemente, rinominare) quegli organismi statali,  già  qualificati come persone giuridiche pubbliche, che,  sfuggiti alla soppressione o alla fusione, sono stati legislativamente trasformati in fondazioni di partecipazione pubblica (nuova figura che associa alcuni tratti della fondazione privata di pubblica utilità  con quelli,  più  pregnanti, della pubblica amministrazione) .

 Le istituzioni culturali sorte nella società  civile per scopi  di utilità  sociale e costituite, dal punto di vista del diritto privato, in forma di “fondazione” o di “associazione riconosciuta”, potevano (e possono), come è noto, conseguire, in ragione del rilevante valore culturale ricoperto (o postulato), un ulteriore riconoscimento amministrativo (con l’inserimento nella tabella della legge n. 534 del 1996 o attraverso disposizioni legislative ad personam); e, di seguito a tale riconoscimento, additivo a quello civilistico, l’effetto pratico dell’erogazione di contributi finanziari statali, ordinari o straordinari.

 L’inaridirsi (non solo congiunturale) della vena dei trasferimenti finanziari statali agli istituti culturali, ne ha messo in seria difficoltà  l’efficienza funzionale (se non, talvolta, la sopravvivenza).

 Le misure emergenziali di sostegno finanziario pubblico  adottate per mantenere in vita le istituzioni culturali, si sono dispiegate: - in (peraltro timidi) interventi tributari, volti a incentivare le erogazioni liberali per fini culturali delle imprese o a detassare l’erogazione di servizi resi  a terzi dalle istituzioni culturali;  - in  misure amministrative mirate a privilegiare l’affidamento in gestione alle istituzioni stesse  di beni culturali pubblici (nel quadro della  funzione pubblica  c.d. di “valorizzazione”).

Tali azioni, sostanzialmente dirette al “salvataggio” delle istituzioni culturali in precedenza configurate come semi-pubbliche, sono risultate poco incisive e, comunque, aleatorie, allo stesso modo dell’avvenuta ammissione delle istituzioni stesse alla distribuzione a pioggia dei proventi fiscali dell’otto per mille e delle lotterie.

 La verità  è che le istituzioni culturali – a fronte del (coinvolgente) declino dell’amministrazione per enti,  della generalizzazione normativa  (equivoca e quasi ossessiva) del modulo giuridico della fondazione (valga per tutti la vicenda delle fondazioni ex bancarie, già  Casse di risparmio-enti pubblici) e del lento decrescere  dei contributi finanziari (c.d. a fondo perduto) dello Stato – si trovano, oggi, strette: da un lato, tra la logica di un mercato dei servizi della ricerca e della gestione dei beni e delle attività  culturali, che è obbligatoriamente aperto alla concorrenza, anche d’ambito europeo, di organizzazioni, lucrative e non (mercato nel quale non hanno peso i quarti di nobiltà  e le esperienze delle istituzioni culturali stesse);  e, dall’altro, tra la devoluzione alle Regioni delle competenze legislative (e conseguenzialmente finanziarie) su ricerca e su valorizzazione dei beni e delle attività  culturali (nuovo art. 117 Costituzione).

Alle istituzioni culturali si prospetta, allora, (se non vogliono seguire il percorso,  in qualche misura  autoriduttivo, dell’ancoraggio al territorio e della dipendenza finanziaria esclusiva dai poteri pubblici  regionali e locali)  la strada della  riconversione para-imprenditoriale:  - per accaparrarsi compensi corrispettivi di ricerche e servizi tarati sulle esigenze dei committenti;   - o per garantirsi il   flusso di canoni  pertinenti alla gestione di beni culturali, sia quelli di elevato interesse  nazionale (e, quindi, relativamente a beni statali), sia quelli connotati da un minor grado di interesse pubblico (e, quindi, di proprietà   regionale o locale).

Il  riposizionamento delle istituzioni culturali - non più  configurate  come enti di rango sovra-privato (nazionale), per l’esercizio di funzioni collaterali a quelle degli organi ed enti pubblici dell’istruzione e della cultura - sembra così  incentrarsi soprattutto sulla capacità  organizzativa di raccogliere commesse di ricerca e di ottenere (magari avvalendosi di percorsi preferenziali) la gestione di beni culturali pubblici (in aggiunta a quella di propri eventuali  beni culturali: biblioteche, centri di documentazione, archivi, ecc.).

Questo  dimensionamento aziendalistico delle istituzioni culturali, sia pur  qualificato dal tipo di servizio culturale “esternalizzato” dall’amministrazione pubblica concedente, nonché dalla  natura  dei beni culturali affidati in valorizzazione, viene  rappresentato, non tanto come un penoso tentativo di riconversione per la sopravvivenza, quanto come virtuoso riorientamento imprenditoriale delle attività  culturali.  

 Può  essere rilevato, per contro, che – a parte la valenza sicuramente negativa che assume ogni progettazione della  ricerca orientata alla domanda, di breve o medio periodo, del  mercato  - si presenta assai  angusto anche l’altro aspetto del riposizionamento aziendalistico  delle istituzioni culturali volto all’assunzione di compiti gestionali per la   valorizzazione dei beni culturali (di proprietà  pubblica), secondo lo schema della “sussidiarietà  orizzontale” del nuovo titolo V della Costituzione.

Venuto meno il sistema dell’amministrazione per enti pubblici, e il suo derivato sotto-sistema di organismi privati satelliti (o di rincalzo indiretto) di un sistema centralistico di uffici/ enti pubblici statali della cultura,  apparirebbe,  forse, opportuno riflettere e, quindi,  tornare alla  ragione fondante degli “statuti” degli istituti culturali. Istituti che, nell’atto costitutivo,  si propongono, di regola, sia  come gruppi depositari di tradizioni (e beni) culturali  radicati nella società  civile, nazionale o locale, sia come  organismi (di ricerca e sperimentazione) esponenziali di posizioni e gruppi culturali alternativi (o, comunque, differenziati) rispetto ai fini e agli indirizzi assunti (e perseguiti) come propri dai poteri pubblici dell’istruzione, della ricerca, dei beni e delle attività  culturali.

In altri termini, le istituzioni culturali potrebbero prospettarsi (e svilupparsi) soprattutto, come una (micro) componente pluralistica della Costituzione culturale; come un contrappeso,  a valenza di per sé istituzionale, rispetto alle pur necessarie opzioni, di segno maggioritario, operate nell’istruzione e nella ricerca scientifica pubblica.  Non, quindi, soltanto come gestori o fornitori di servizi culturali  complementari o aggiuntivi a quelli statali, regionali o locali  (e di altri soggetti collettivi, presenti nel mercato e nella società, e comunque di fatto dominanti), ma come rappresentativi di altre (o, se si vuole, minori) culture o specializzazioni culturali differenziate; e, quindi, titolari di uno  status giuridico peculiare, di rilevanza costituzionale (art. 9 Cost.), potenzialmente produttivo di taluni derivati  benefici amministrativi e tributari.  

Le fondazioni ed associazioni culturali, potrebbero, quindi,  dedurre dalla loro peculiare rilevanza come (minori) corpi culturali  della società  civile, rappresentativi di interessi   complanari rispetto a quelli dei poteri locali (e di altre maggiori o più  potenti  formazioni sociali), un ruolo meno circoscritto  della  (efficiente)  gestione aziendalistica di beni culturali e della (redditizia) produzione culturale per conto terzi; un ruolo, se possibile,  di testimonianza culturale differenziata, consistente  nella conservazione della  tradizione o nella sperimentazione di innovazioni, nel campo dell’istruzione pubblica, della ricerca, della valorizzazione dei beni e delle attività  culturali.

 

 

 


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