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  Dante Cosi

DALLA “CONSERVAZIONE” PUBBLICA  DEI BENI STORICO–ARTISTICI ALLA “REGOLAZIONE” E “VALORIZZAZIONE” DEI BENI ED EVENTI CULTURALI 

 in "Economia e concezione dell'uomo", a cura di P.Grasselli, Franco Angeli   edit., Milano, 2007

 

 

1. Collezioni sacre e profane nell’antichità.

Nell’epoca contemporanea, le “collezioni” di cose d’arte, di oggetti naturali e di prodotti artigianali o industriali, di pubblicazioni e di documenti  e i “singoli” rilevanti oggetti dello stesso tipo – i c.d. “beni culturali” (già “antichità e belle arti”) -  traggono la loro “preziosità” dall’“interesse storico, scientifico od estetico che è loro collegato o intrinseco” (“testimonianze aventi valore di civiltà”, secondo l’art. 2, comma secondo del Codice dei Beni culturali  n. 42 del 2004).

 Non è possibile  generalizzare tale inquadramento definitorio del “patrimonio culturale” ed estenderlo alle collezioni d’altri tempi e d’altre civiltà. Possono, infatti, essere viste come prime “collezioni”, nella storia dell’uomo, le suppellettili funerarie, che accompagnavano i defunti inumati, sin dal Neolitico.   Numerose civiltà  hanno lasciato nelle sepolture esemplari svariati di attrezzi, armi, oggetti da toeletta, gioielli e ornamenti, tappezzerie, strumenti musicali, ecc.; avevano (quasi sempre senza successo) preso misure per proteggere le tombe contro il saccheggio, cioè contro una riutilizzazione terrena di ciò  che è destinato a essere “dedicato” per sempre ai morti.

Altre collezioni sacre (con oggetti dedicati e tolti dal commercio)  erano costituite dalle offerte  ammassate, inventariate  ed esposte  nei templi e nei santuari (spesso in appositi edifici, detti “tesori”). La dedica agli dei rendeva “sacri” in perpetuo tali oggetti, che, perciò  non dovevano rientrare in circolazione; per meglio garantirli contro ogni uso profano, spesso venivano rotti.

Collezioni “profane” di oggetti artistici, di pietre preziose o rare (doni ricevuti o bottino) erano costituite e mantenute dai monarchi orientali dell’antichità; altre  erano esibite   dagli  stessi generali della Roma repubblicana, nei “trionfi”. Coesisteva, però, anche l’esaltazione delle opere d’arte semplicemente  “antiche”: Plinio il vecchio (“Naturalis istoria”, XXXV, 50) osservava: “Tutte le cose migliori si ebbero allora, quando si usavano meno materiali preziosi”.

  In tal modo le cose “dedicate” agli antenati o agli dei e le antiche cose “eminenti” per preziosità  (o, meglio, per “bellezza”) riflettevano  - nella visione classica – l’uomo “eroico”, il “sovra-umano”, l’ideale umano. Non erano mai semplici “res”, ma propaggini e paradigmi dell’uomo, di una stirpe, di un popolo. Tanto più che, quasi sempre, erano rappresentazioni di eroi, monarchi, divinità umanizzate e di loro oggetti emblematici (di guerra, di potere, ecc.).

 Quelli che oggi ricomprendiamo nella locuzione normativa “beni culturali” erano, quindi, oggetti  fisici della “memoria” dell’uomo o di un popolo, prodotti dell’ingegnosità degli artefici ed espressione del comune senso umano del bello, ornamento e vanto delle aristocrazie umane, segni fisici della umana devozione per gli dei. Sempre, comunque, beni extra-mercato, “simboli” esposti alla pubblica vista e al godimento pubblico.

 

            

 

 

2. I tesori della Cristianità medioevale.

Le stesse “reliquie” -  oggetti che si credeva fossero stati in contatto con un dio, un eroe, oppure  fossero vestigia di qualche grande avvenimento del passato - erano conosciute sia in Grecia sia a Roma.           Fu, però,  il Cristianesimo, con il culto dei santi e dei martiri, a portare al suo apogeo quello delle reliquie (includendo nel termine sia il “corpo” sia gli “oggetti utilizzati da un uomo venerabile”).

Le  reliquie santificavano i luoghi in cui erano collocate; erano esposte durante le cerimonie religiose, per  risanare i fedeli malati e proteggere le città; esse erano ritenute, nel Medioevo,  con gli oggetti di culto, i “tesori” più preziosi, ed erano scambiate come dono tra i potenti (e, naturalmente, in certi casi, commerciate o rubate).

Quanto alle “rovine”, poi, come quelle di Roma antica, esse divengono, con Dante Alighieri (“Convivio”, IV,V), venerabili non solo per la “santità ” dei martiri, ma per la memoria dell’ “impero”:  “Certo di ferma sono opinione che le pietre che nelle mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno …”.

 

 

3. Umanesimo e collezionismo delle Corti.

 La coscienza di tutela delle “opere d’arte” dell’Antichità  si afferma con il Rinascimento, sotto il profilo “storico” e dal punto di vista “estetico”. Nelle antiche opere letterarie, nei monumenti architettonici e nei manufatti artistici gli umanisti cercano il canone e le leggi del “bello”,  la “misura” perfetta  dell’uomo, centro dell’universo creato.

Può  essere assunto come portavoce dell’ideologia  classicheggiante, ad un tempo conservativa e rinnovativa, lo stesso Raffaello Sanzio che, nominato sovrintendente delle antichità  romane da papa Leone X dei  Medici, gli scrive: “Non debbe adunche, padre Santo, esser tra gli ultimi pensieri di Vostra Santità  lo haver cura che quello poco  che resta di questa antica madre della gloria e nome Italiano … non sia estirpato in tutto, e guasto dalli maligni et ignoranti … ma più  presto cerchi Vostra Santità , lassando vivo el  paragone de li Antichi, eguagliarli e superarli come ben fa con magni edifici” .

Le collezioni dei papi, dei re, dei principi, dei mercanti non sono, quindi,  soltanto segno della loro superiorità  (o della loro ascesa sociale), da conservare in quanto tali,  ma strumenti  di formazione e sviluppo dell’uomo,  archetipi  e forme del bello, esemplari da copiare e superare, da parte dell’uomo-artefice, in perenne confronto con la tradizione e con se stesso. Arte e antichità, come valori ideali,  sono – come è ben noto - il fulcro dell’umanesimo rinascimentale.

 

 

4. I musei della Nazione.

Alla fine del XVIII  secolo, in Francia, nell'ideologia repubblicana, il Louvre  (collezione esemplare del “patrimonio artistico nazionale”)  viene concepito come «scuola» per tutti i cittadini, strumento dell'educazione degli artisti e della formazione del gusto del pubblico.  Le antichità e belle arti raccolte nei pubblici musei si presentano come immagine simbolica, autorappresentativa della nazione.

Nel museo pubblico la nazione celebra il proprio passato (memoria) in tutti i suoi aspetti, riconoscendo l’apporto dei vari gruppi sociali, territoriali e professionali che la compongono ed esaltando i “grandi uomini” nati nel suo seno; anche gli oggetti che vengono dalle altre società  o dalla natura illustrano la “nazione” che li ha raccolti in quanto, per il tramite dei suoi dotti e dei suoi esploratori, ha saputo riconoscerne il valore e magari fare dei sacrifici per acquistarli. Il museo diviene il  deposito di tutto ciò  che è idealmente collegato alla storia nazionale  e, più in ambiziosamente, all’universalità  dell'arte e della cultura.

Il Museo della Francia borghese (e poi di tutti gli altri  Stati nazionali) è strumento principe dell’ “intervento pubblico” culturale, finalizzato (come l’istruzione pubblica) alla crescita dell’uomo-cittadino.   

Deve, del pari, essere sottolineato che il fenomeno del “collezionismo” – dal cui tronco aristocratico e regio, nell’età  dei Lumi, era nato il moderno “museo” – lungi dall’essiccarsi si è  ulteriormente sviluppato nel Novecento, proprio in diretto collegamento con l’affermazione e la diffusione sociale dell’arte contemporanea.

Il collezionismo d’arte antica e contemporanea, di elaborati artigianali, di cimeli, di oggetti esotici e degli stessi prodotti dell’industria, di libri e di supporti di immagini, diviene normale retaggio di molti artisti, intellettuali, finanzieri, imprenditori, cittadini di ogni ceto.

Gabriele D’Annunzio, nell’atto di donazione del complesso del Vittoriale, rigurgitante di oggetti (con molta paccottiglia), così spiega l’intimo significato di tale passione inestinguibile: “Non soltanto ogni mia  casa da me arredata … non soltanto ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età  della mia vita fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi, come un qualunque atto politico o militare…”.

 

 

5. Il museo contemporaneo.

Dopo la seconda guerra mondiale la nozione di bene culturale e quella di museo conoscono una profonda revisione delle tradizionali funzioni “educative”  e “testimoniali” della memoria umana.  Con l’avvento della “cultura di massa”, l'aumento del pubblico, l'incremento del “turismo” internazionale, l'emergere di nuovi bisogni culturali, le sollecitazioni portate dalla società  dello spettacolo e dai mezzi di comunicazione di massa, le collezioni di beni culturali  si trasformano da luogo di conservazione e contemplazione estetica,  a luogo d’attiva elaborazione culturale, a centro polivalente di attività  culturali (es. il  Centre Pompidou di Parigi); si  allarga altresì l’interesse conservativo ed espositivo  a particolari aspetti della produzione (folclore, civiltà  contadina, cultura materiale, archeologia industriale).

 Il compito principale dei musei di conservare, curare, interpretare ed esporre le collezioni è, però,  un compito costoso, che nella maggior parte dei casi richiede, ad un tempo, il sussidio della finanza pubblica ed il supporto di privati mecenati. Se non, quindi, la trasformazione  e lo sviluppo - non sempre possibili - molti musei pubblici  tentano di gestire le offerte esistenti in modo da mantenere il livello di attrattiva, di raggiungere altri gruppi di visitatori, di sviluppare una propria immagine ed identità; in una parola di applicare un approccio economico alla gestione dei beni culturali.

 L’odierna vicenda dei “musei aziendalizzati”, e  delle (concorrenti) “mostre-evento”, segnala una sicura prevalenza del “mercato” (delle cose d’arte, del tempo libero, del turismo) sulla funzione pubblica dei beni culturali destinati all’esposizione  nel museo-scuola (o, se in proprietà privata, tutelati per  la conservazione, in vista di una ipotetica acquisizione pubblica).

Le mostre di  opere d’arte antica,   nate per cooperare allo scopo scientifico della migliore conoscenza della storia dell’arte, mediante il raggruppamento estemporaneo di opere sparpagliate in musei  di vari Paesi o nascoste presso collezionisti privati, si giustificavano sotto il profilo della rivalutazione nel gusto attuale di autori o interi periodi storici negletti. Lo scopo era (doveva essere) quello scientifico.

 Ma le mostre di opere d’arte antica – opere di per sé irriproducibili e insostituibili, assoggettate a trasferte pericolose per  la loro conservazione fisica (e per il rischio di perimento o danneggiamento) -  sono ben presto entrate nel costume attuale di tutto il mondo come strumenti di propaganda (culturale) nazionale, regionale o municipale o come strumenti di richiamo turistico. Sono divenute mostre-evento, in qualche modo alternative e concorrenziali con le “collezioni” stanziali nei musei.  E’ evidente  che la funzione  “divulgativa” delle mostre-evento   si accoppia ad un’attività di promozione turistica e,  più in generale, a mode (in senso lato) culturali, patrocinate non solo da municipi e sponsor industriali, ma anche da interessati mercanti d’arte.

 

 

6. Declino della proprietà pubblica dei beni storico-artistici e crescente esternalizzazione della gestione dei musei pubblici

La più recente legislazione italiana sui beni culturali registra il “nuovo fronte” del sistema del patrimonio storico-artistico: si attenua l’aspetto organizzatorio dell’intervento pubblico (musei, archivi, biblioteche ed altri “stabilimenti” dell’educazione nazionale) e si accentuano gli strumenti regolatori di cose e collezioni “culturali”, sempre meno pubbliche e sempre più estese al di là della stretta nozione estetico-storica (verso una nozione prevalentemente  antropologica).

 Il Codice dei Beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42) detta, infatti, un nuovo statuto del “bene culturale” non più  incentrato sul regime (di tutela e di fruizione pubblica) e sull’estensione  della proprietà  pubblica (“demanio inalienabile”) e sull’accessoria disciplina vincolistica dei beni privati di elevato pregio culturale, quanto, invece, sulla “regolamentazione” amministrativa (della  conservazione e della circolazione) indifferentemente riferita a beni culturali pubblici o privati. 

  Icasticamente può  dirsi: “meno” proprietà  (soggettivamente) pubblica dei beni culturali e più  “regolazione amministrativa di cose qualificate da valenza storico-antropologica”. Cose che, a chiunque appartengano, in ragione di una comune connotazione, sono assoggettate ad un regime di limitazione in vista di un interesse conservativo (per le future generazioni) reputato superiore alla libera e totale disponibilità  del proprietario.

Il nuovo statuto del “bene culturale” si riflette sia   sulle modalità  di “identificazione” del bene, vieppiù  variabili  in ragione della natura del titolare, sia sulla “circolazione” dello stesso.   In particolare,  rovesciando  il principio ispiratore fondamentale della legislazione di tutela della legge Rosadi del 1909 - ossia che tutto il patrimonio culturale pubblico (“demanio culturale” ) è inalienabile, salvo eccezioni definite dalla legge, perché considerato bene comune di tutti i cittadini e fondamento dell'identità  nazionale – si stabilisce il principio della possibile alienazione dei beni culturali pubblici, ossia della loro accessione al mercato.

In secondo luogo il Codice dei beni culturali sancisce la limitazione della gestione pubblica dei musei e, in generale, dei servizi di fruizione dei beni culturali di proprietà  pubblica, e ricorso a gestori “esterni”.

La gestione privatizzata dei beni culturali pubblici consiste nel restringimento dei compiti esercitati dall’amministrazione pubblica per quel che riguarda la gestione dei musei di proprietà  dello Stato e, correlativamente, nella  possibilità  di affidamento "a terzí" sia della gestione sia dell'uso dei beni di proprietà  pubblica, per la loro c.d. valorizzazione.

L'affiorare, nel nuovo Codice,  di una logica mercantile nell’impostazione dei problemi riguardanti i beni culturali ha radici nei decenni passati e  spinge a valutare le opere d'arte e le testimonianze culturali in termini monetari, ossia in base al loro presumibile rendimento economico. Mentre i beni culturali, da salvaguardare con ogni cura nella loro integrità  e unicità ,  possono diventare fonte (indiretta) di reddito solo attraverso il richiamo turistico e altre attività  indotte.

 Anche nel settore dei beni culturali – quando, come oggi,  è stato posto l’accento, con enfasi eccessiva sul possibile rendimento economico dei servizi di gestione dei beni; o quando si è privilegiato "l'evento", il museo, la mostra, rispetto alla cura dell’insieme dei beni culturali di un territorio, che è certamente più  impegnativa e meno appariscente; o quando si è scelto i puntare sulla "valorizzazione" come possibile fonte di reddito –  si tende ad affermare la stessa ideologia neoliberista e privatizzante che ha determinato, nel periodo più  recente, lo smantellamento del settore pubblico dell’economia.

 

 

7. I beni culturali da strumenti della cultura a “prodotti” del settore economico culturale, da regolare e valorizzare.

 I beni culturali, dal punto di vista della prima legislazione di settore (che nacque per prima in Italia, nel Regno delle Due Sicilie e nello Stato della Chiesa), erano prevalentemente un tipo di “beni demaniali” strumento dell'intervento pubblico culturale. Unica “regolazione” dei beni artistici ed archeologici in proprietà privata (non demaniali e non ecclesiastici) era il divieto di esportazione e l'obbligo di corretta conservazione.

La legislazione contemporanea (e soprattutto la concreta amministrazione pubblica dei beni e delle attività culturali) opta per la “regolazione” e per la “promozione” dei beni culturali materiali (estesi ormai a ogni cosa o reperto "testimonianza di civiltà"),  nonché dei beni culturali immateriali opera dell'ingegno (non come pezzi unici, ma come matrice riproducibile).

I beni culturali da “preziosi simboli della identità nazionale e dell’uomo”,  vengono sempre più in considerazione come “prodotti del settore economico  culturale”, idonei alla valorizzazione di eventi o alla funzione di indicatori o richiami turistici. Sono sempre meno beni materiali "belli"o "antichi" o "sacri", sottratti alla circolazione e all'uso (fuori commercio) e destinati (dedicati) all'esposizione pubblica, quali strumenti dell'istruzione pubblica, della formazione al bello, della esaltazione della identità nazionale o locale.

I beni culturali vanno perdendo il carattere di negazione del mercato e di affermazione di valori estetici o identitari di una comunità (e dell’umanità).

Contemporaneamente tendono a dissolversi “nella gestione esternalizzata”, le aziende (rectius "stabilimenti") pubblici dei beni culturali (musei, biblioteche, archivi), tutti originariamente  assimilabili alle scuole. Luoghi, tutti, originariamente, non di mercato e non di produzione, ma di erogazione (a carico del “fisco”).

L'attuale disciplina legislativa dei beni culturali ha mantenuto la precedente nozione storico-artistica (sia pure ridimensionata con il crescente affidamento dei musei alla gestione privata e svilita dal continuo prestito di opere d'arte per mostre-evento) ma, soprattutto, tende ad allineare i beni artistici ed archeologici (unici e di eccellenza) con tutti gli altri prodotti (materiali ed immateriali) dell'attività culturale destinata al mercato e alla riproduzione e financo con le tracce meno rare (antropologiche) della storia delle comunità.

Alle “res sacre” e alle sublimi “opere d’arte” si sostituiscono, sempre più, i  beni rilevanti dal punto di vista dell’antropologia culturale; i beni culturali vengono, poi, sempre più, raggruppati e mostrati (a pagamento) in caleidoscopiche esposizioni-spettacolo di ogni tipo. Diventano, dinamicamente (e profittevolmente) “beni in fiera”: per il piacere, nel tempo libero, dell’homo ludens (di massa);  e, per l’utile (crescente) dell’homo oeconomicus, “appaltatore” di musei ed impresario di eventi esterni. L’homo pius   e i discepoli contemplativi dei polverosi musei “conservativi” di antichità e belle arti, si avviano al ridimensionamento sociale e amministrativo o a restare in qualche sperduto pagus.

La legislazione sui beni culturali di un’età che si dice globale, tende, naturalmente, alla “desacralizzazione”  dei paradigmi estetici ed identitari, alla minimizzazione delle memorie simboliche ed irrazionali di un popolo o di una nazione e alla pura e semplice “banalizzazione del bello”; e, conseguentemente ad una  equiordinazione di ogni “testimonianza materiale di civiltà”.

Sin qui, però, siamo in presenza dell’affermazione di valori diversificati, non universalistici, ma pur tuttavia extra-mercato.  Valori e punti di vista storico-antropologici che si affiancano a precedenti dominanti astrazioni storicistiche ed estetiche. Fenomeno rispetto al quale la soluzione normativa (lumeggiata dalla Corte costituzionale in alcune sentenze dei primi anni Novanta, laddove distingueva beni culturali di interesse nazionale dai beni culturali di interesse regionale) potrebbe essere quella di graduare in classi i beni culturali.

 L’epidemia economicistica che sta infettando i beni culturali si verifica, soprattutto,  su questi versanti:

- il patrimonio culturale pubblico, inteso come “giacimento culturale”, si dice debba essere “coltivato”, messo a profitto, gestito aziendalmente, esternalizzato; e se ciò non basta a renderlo adeguatamente profittevole, può (deve) essere alienato ai privati;

- i beni culturali non sono più beni unici, rari e irripetibili, quelli “creati” da artisti geniali o quelli collegati, per un dato popolo, a momenti storici rilevanti o ad uomini eminenti, ma sono oggetti, anche comuni (artigianali, industriali, ecc.) che riflettono percorsi e situazioni comuni; l’offerta dei beni culturali diviene quantitativamente maggiore.

 Declinano, quindi, per i beni culturali, le aggettivazioni del “pubblico” e del “bello” e avanzano le aggettivazioni dell’utile e del ludico.   L’impresa e il mercato tracimano nel (bene culturale) pubblico e l’impresario della mostra–evento, l’appaltatore dei servizi museali ed il mercante d’arte, prevalgono, sul conservatore del museo e sul sovrintendente.  L’homo oeconomicus sta conquistando il sacrario dei beni storico–artistici,  per far viaggiare di più e con crescente meraviglia  i visitatori-turisti;  e per girandolare nelle fiere culturali  globali il bottino raccolto (in comodato d’uso) nei demani statali, ecclesiastici e municipali.

 

  

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Un paesaggio agrario - bene culturale: Montebello di Tuscania

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